Laura Pariani trasporta le storie bibliche nella «brughiera a lombarda», con una lingua che attinge ampiamente aI dialetto. Qui Eva trascende sé stessa e si fa memoria, e memoria «vuol dire imparare oggi e domani da ieri»
LA PRIMA DONNA
di Ermanno Paccagnini
Mi ha riportato al maggio 1993 Primamà di Laura Pariani: ai racconti del suo esordio con Di corno o d'oro e in particolare alla «ronda dei ricordi» del Carlén, ambientati nella brughiera di quel territorio tra il Ticino e Magnago, e in quel dialetto milanes furestee (a dirla con il poeta Delio Tessa in trasferta da Milano) che tornano anche qui e con il consueto impasto linguistico-sintattico nel quale la parola scivola di continuo dall'italiano a quel dialetto, alla sua italianizzazione o alla deformazione dialettal-litanica, alla proverbialità contadina. E, però, con la significativa variante di i dónn che lasciano posto a le dónn, per un testo che ha per protagonista la primamà. Ossia Eva; e, con lei e attraverso lei, «il volto di tutte le donne», e «inevitabilmente il volto di tutte le nonnàve che ho conosciuto, la loro competenza in fatto di disgrazie, la sapienza nel contare le storie-belòrie della brughiera lombarda, nonché la fede antica nella Mamagrànda della Préa Krua che conforta le donne che si rivolgono a lei nel bisogno». Un'Eva raggiunta attraverso un lungo giro di lune, grazie alla «ronda del ricordo» che ha quali tramiti «Nonna Giuàna, la paziente», «Biszia Marién, l'audace» e la «mapuche» «doña Rosa, la sapiente». Un viaggio nel quale Laura stessa si fa personaggio direttamente interrogante anagrammandosi in «Ràula-storta», per «infine con tutti quei dubbiosi suoni di memoria» comporre questa «storia-belòria per conservare alle generazioni future l'immagine di Primamà».
Un approdo, quello a Primamà nel quale «rivive dall'interno» le storie bibliche, che ne fa il vertice della sua storia di narratrice. E ne viene un'Eva letteralmente strepitosa, rivisitata «con l'esperienza di millànta inverni sul gobbo», sino all'incontro col Tristo Trappoliere, e proprio mentre la Famiglia intera decide per l'abbandono di quel paese Senzanome, fatto di «cabáne nere e mute», e «dove sotto il peso degli inverni crudi le cabáne si sfasciano e le febbri strozzano i bambini, e rende taciturne».
Una Eva che nel raccontare le sue «storie-belòrie» ai piccoli, al tempo stesso si racconta: da quella nascita nel paese Senzapaura della quale ha il solo vago ricordo «di una grande mano che la rivoltolava nella polvere e un acre odore di fango»; alla cacciata di lei e Adàm da quel «Onnipòssio-di-lassù infastidito dalla frégola di carnalità da cui loro due erano stati presi nei prati argentati». Quell'Adàm Primopà dalla «mania soffocante di controllare tutto» impiccatosi a quasi mille anni poco tempo prima «al grande nùs, quella pianta che per tutta la vita gli ha dato noci e olio e ombra».
E i tanti figli: a partire da Kaìn che, «suggestionato dalle raccontazioni di Eva», ha scelto di occuparsi di piante, arbusti, semenze; e Abel, dal «carattere malmostoso e tuttonervi», tutto dedito alla caccia, come il padre; e l'omicidio: non per gelosia e qualità dei doni offerti a Dio, ma, assai più umanamente, come reazione di Kaìn al bullismo gratuito e sempre più pesante di Abel. E poi l'allora «giovane Matusalèm — un gambecorte malmostoso» che decide di invertire «l'antica legge, da sempre osservata, secondo la quale le persone più deboli vanno protette» reclamata a gran voce da Eva, in nome dei «tempi che kambiano» e impongono l'obbedienza «alle decisioni della Ragunànza degli òmm!», per i quali «ogni disastro che accade nel paese Senzanome sta nella volontà dell'Onnipòssio-di-lassù che comanda con un rigore smisurato contro cui non c'è difesa».
Una legge maschile alla quale Eva e le «primefiòle» oppongono «i suggerimenti di Mamagrànda-di-laggiù, che viveva nelle profondità della terra e dell'acqua», da lei generate. Una Guardiana del mondo-di-sotto che riceve «le maloròse» «in una radura di brughi e lischi nel folto della brughiera», presso la Préa Krüa verdazzurra, e che quando appare loro «sembra una forma nebbiosa che fluttua nel fogliame» (capovolgendo al femminile Esodo, come avverrà pure con Matteo per le Beatitudini e Giovanni per la «veste» cinta da «qualcun altro» da vecchi).
Una Eva dalla «vista gùzza, passo silenzioso e sapienza di segreti» che «ne ha viste tante di dónn maltrattate; e sempre ha cercato di intervenire, separare, far ragionare», e che «quando apre la bocca, tutti tacciono fascinati, sentendosi risvegliare nel cuore un fondo di insospettate memorie». E ne vengono storie che incrociano miti, realtà terrene di violenza proprie di ieri e di oggi, sogni e desideri, nelle quali serpeggiano le domande di sempre su bene e male (le morti di bambini), colpa e giudizio, «pietà» e «klemenza»; e l'interrogazione su quella verità che «è difficile dire cosa sia, niente è fisso, tutto muta senza alcun preavviso», tanto da convincersi «che non si possa dire la verità delle cose».
Che è quanto fa di Eva ben più che un personaggio. Perché Eva è la Memoria. Memoria che «vuol dire imparare oggi e domani da ieri». Ed «è una vera grazia che la memoria custodisca le immagini di chi non c'è più. E non solo l'immagine, ma anche il suono delle loro parole e risate, il soffio tiepido del loro alito, l'odore forte di resina e fumo che ha sempre impregnato l'affollata cabána delle dónn, il profumo lattoso che emanava dalla pelle dei piscinèl»
Ilvaporetto.com - settembre 2025
La nuova narrativa di Laura Pariani celebra la forza delle donne e la riscrittura del mito primordiale
Il nuovo romanzo di Laura Pariani riscrive la genesi del mondo da una prospettiva femminile, unendo tradizione orale, dialetto lombardo e critica al patriarcato attraverso la figura simbolica di Primamà.
di Ivan Rossi
Il nuovo romanzo di Laura Pariani, intitolato Primamà e pubblicato il 9 settembre dalla casa editrice La nave di Teseo, si propone come una rilettura profonda e ribelle della genesi del mondo. L’opera si distingue per il suo modo di raccontare dalla prospettiva femminile, combinando elementi di tradizione orale e dialetti locali. Pariani, premiata nel 2025 con il Premio Fondazione Il Campiello alla Carriera, riafferma qui la parola come strumento di resistenza e memoria, attraverso una narrazione che intreccia storie, culture e antiche ritualità.
La figura di Primamà come simbolo di resistenza femminile e memoria collettiva
Nel cuore del romanzo emerge la protagonista, Primamà, unica sopravvissuta dopo la morte del millenario Adàm, figura archetipica maschile. Adattandosi a un mondo privo di nome e governato da regole patriarcali, lei si trasforma in custode di memoria e forza. La sua vita si intreccia con pratiche antiche: cura con le erbe, modellazione di argilla per onorare i defunti, e la trasmissione orale di storie che si fondono con il mito. Primamà vive in un villaggio dove gli uomini adorano un dio punitivo, mentre le donne si rivolgono alla Mamagrànda, divinità sotterranea. Questo contrasto facilita l’opposizione di Primamà all’ordine imposto, in particolare attraverso la sua opera educativa rivolta alle ragazze. Insegna loro ad ascoltare e immaginare, alimentando nei giovani un senso di libertà e creatività. Accompagnata da Scighéta-bèla, uccello guida simbolico, porta avanti il rito del racconto come forma di salvaguardia della conoscenza femminile, diventando così un’icona di resistenza culturale.
Un linguaggio che unisce dialetto lombardo e tradizione orale contadina
La trama di Primamà si sviluppa anche attraverso una lingua che ricalca il ritmo dell’oralità, mescolando il dialetto lombardo a sonorità tipiche delle filastrocche e della poesia popolare. Questo stile linguistico contribuisce a creare un’atmosfera sospesa fra mito e realtà, in cui il racconto si fa voce antica e insieme viva.
L’uso della lingua diventa uno strumento per ribaltare la narrazione ufficiale, incarnando un racconto più vicino alla terra e al vissuto delle donne contadine. L’autrice rifiuta la dimensione astratta del mito sacro tradizionale per restituire uno sguardo più materico e radicato nelle radici culturali del territorio lombardo. Questo approccio rende il testo non solo un’opera letteraria ma anche un documento prezioso di un sapere popolare in via di sparizione.
Riscrittura della storia sacra e critica al patriarcato nel nuovo romanzo di Pariani
Attraverso la figura di Primamà, Pariani riesce a proporre un’alternativa narrativa che mette in discussione la versione classica della genesi e della storia sacra. Nel romanzo, il racconto del mondo e della sua creazione è filtrato da una lente femminile che valorizza elementi come la terra, l’acqua e la memoria, opposti a un dio punitivo e a un ordine patriarcale rigoroso.
Questo intervento letterario fa parte di un dibattito più ampio sulla riconsiderazione delle mitologie fondanti delle società occidentali. La scrittura di Pariani cade in un momento storico in cui si stanno rivalutando le narrazioni tradizionali, cercando di correggere squilibri di potere culturale e portare alla luce storie e testimonianze femminili fino ad oggi marginalizzate. Primamà si colloca così in una corrente culturale che punta a una maggiore inclusività e a un nuovo modo di percepire la spiritualità e il rapporto con la natura.
La riconferma di Laura Pariani come voce autorevole nella letteratura italiana contemporanea
Il romanzo Primamà sancisce una tappa significativa nella carriera di Laura Pariani, autrice apprezzata per la sua capacità di intrecciare letteratura, teatro e tradizione orale. Il Premio Fondazione Il Campiello alla Carriera ricevuto nel 2025 testimonia la sua lunga dedizione al racconto di storie che mettono al centro esperienze spesso ignorate dai canoni letterari dominanti.Con questo lavoro, Pariani porta in primo piano una narrazione capace di tenere insieme passato e presente, mito e vita quotidiana, attraverso la voce delle donne e il potere delle leggende tramandate. La pubblicazione nel settembre 2025 conferma la sua posizione nel panorama letterario italiano come una delle autrici più attente a indagare la complessità delle identità e delle memorie collettive.
Tuttolibri - 20 settembre 2025
DIALETTO E PAROLE ANTICHE PER LE BRUTTEZZE DEL MONDO
Laura Pariani torna al tempo in cui la nonna le narrava le storie della Bibbia
di Mario Lavia
Dalla notte dei tempi arriva il suono delle parole di Eva, la prima donna del mondo è colta nella sua decrepitezza millenaria mentre accompagna il divenire di un’umanità primitiva, che in fondo somiglia tanto alla nostra. Laura Pariani, una delle più grandi voci della letteratura italiana contemporanea, recentemente insignita del Premio Fondazione Campiello, menzione speciale alla carriera per il 2025, ci regala un altro romanzo difficile e alto, Primamà, una discesa nelle caverne del tempo, cioè del mito, con il linguaggio verista del lombardo agreste intrecciato con la grande prosa “italiana”. Pariani ascoltava, bimba, la voce della nonna narrare la Bibbia suscitandole il moto dei sogni: “Con la nitida chiarezza dei sogni rivivo la cucina della mia infanzia, rivedo cose che non pensavo fossero ancora presenti alla mia memoria: lo specchietto piazzato in alto a destra del lavandino – tutto a quell’età mi pareva troppo alto – capace di moltiplicare i bagliori della stufa economica e lasciar baluginare dentro di sé immagini inquiete…”. La mente di bimba si perde: “È dunque con la voce di Nonna nell’orecchio – e non saprei dire dove finisse la raccontazione e dove cominciassero i sogni – che risalgo la corrente dei millenni e mi addentro nell’inverno remotissimo in cui visse un’Eva millenaria a cui inevitabilmente do il volto di tutte le nonnàve che ho conosciuto, la loro competenza in fatto di disgrazie, la sapienza nel contare le storie-belòrie della brughiera lombarda”.
La Nonna racconta un po’ come in Proust, e con lei la Biszìa e Doña Rosa, e nel rammemorare quelle storie ecco che Primamà prende forma come un insieme fantastico di novelle senza tempo che ruotano attorno a Eva, colei dalla quale tutto è stato generato, la forza antica della natura e della saggezza, la regista delle cose del mondo, specie da quando il suo Adàm non c’è più, si è dato la morte perché non sopportava la malattia. Ecco Abèl e Kaìn in questa terra “Senzanome” dove incombe la sagoma del Tristo Trappoliere, cioè la Morte, ecco che nel trascorrere delle “lune” attorno a Eva è tutta natura matrigna con la quale scendere a patti, e questo Eva lo ha imparato nei “secola-secolòro”, sfidando mostri, interpellando figure divine, duellando con la cattiveria.
Eva “è bello ascoltarla. Le parole fluiscono come l’acqua che scorre fresca, mormorando e trascinando con sé ombre e luci, spazi e silenzi. Anche se a volte non si capisce se parli in sogno o meno, perché sovente i suoi occhi si chiudono e le sue parole cadono lente come d’autunno le gocce di nebbia dal grande nùs”. E le storie si dipanano una a una. Primamà è anche un libro di avventure da cui sgorga la morale. L’abisso del passato per Eva è un sempre-presente di un tempo cadenzato di disgrazie. “Ahinoi, così va il mondo. Il cuore balla di felicità un momento, eppoi, zac, basta un tomborlone, un graffiettino, e tutto si rompe. Siamo come una succhiata di lumaghìna. È la vita, e chi ha paura di pungersi non raccolga il fior del biancospino”. Eva è circondata da un’umanità da lei stessa generata, molta ferinità, sprazzi di bontà e vastissima inquietudine, diremmo con parola di oggi.
Con Primamà Laura Pariani compie ancora una volta un clamoroso esercizio stilistico scegliendo vocaboli dialettali che provengono da lontanissimo e dal vocabolario misterioso della natura e lo fa svolgendo favole antiche nelle quali donne, animali, fuoco, fiumi e divinità si mescolano in un metafisico girotondo. È la forza del ricordo che dà un ordine alle cose eterne.
naturaosta.it - settembre 2025
Laura Pariani: il potere delle parole e delle donne in Primamà
di Alessandro Moretti
Laura Pariani, scrittrice e drammaturga di grande talento, fa il suo ritorno in libreria con un'opera che promette di scuotere le fondamenta della narrazione tradizionale: "Primamà", pubblicato il 9 settembre 2023 da La Nave di Teseo. Questo romanzo non è solo una testimonianza della potenza delle parole, ma anche un omaggio alla resilienza delle donne attraverso la storia. Pariani, che di recente ha ricevuto il Premio Fondazione Il Campiello alla Carriera per il 2025, ci invita a riflettere su temi di ribellione, memoria e identità che risuonano profondamente nella nostra contemporaneità.
La nuova prospettiva di "Primamà" - "Primamà" si presenta come un racconto avvincente e innovativo che riscrive la storia sacra da una prospettiva radicalmente diversa. La protagonista, Eva, la Primamà, si trova sola in un mondo che l’ha vista crescere e poi abbandonata, dopo la morte di Adàm, il millenario Adamo. Questo scenario, ambientato in una terra senza nome, diviene il palcoscenico per un viaggio di scoperta e di riappropriazione della narrazione. Eva non è più solo un personaggio biblico, ma diventa simbolo di tutte le donne che, nel corso dei secoli, hanno lottato per la loro voce e il loro posto nella storia.
Un linguaggio ricco e evocativo - Il romanzo di Pariani si distingue per la sua ricchezza linguistica, che mescola il dialetto lombardo con la musicalità dell’oralità contadina. Questa scelta stilistica non è casuale; serve a rendere omaggio a una tradizione di racconti che si tramandano di generazione in generazione, proprio come la memoria collettiva delle donne, spesso silenziata dalle narrazioni patriarcali. La scrittrice utilizza filastrocche arcaiche e visioni oniriche, rendendo la lettura un'esperienza immersiva e poetica.
La lotta per la libertà e l'autodeterminazione - Uno degli aspetti più affascinanti di "Primamà" è la rappresentazione di un villaggio sospeso nel tempo, un microcosmo in cui gli uomini venerano un dio punitivo e le donne trovano rifugio nella Mamagrànda, la figura materna del mondo di sotto. Questa opposizione tra i due mondi rappresenta non solo un conflitto di fede, ma anche una lotta per la libertà e l'autodeterminazione. Eva, in questo contesto, diventa una guida per le giovani donne, insegnando loro l'importanza dell'ascolto, dell'immaginazione e della libertà.
Elementi simbolici e temi attuali - L'uccello guida, Scighéta-bèla, è un altro elemento simbolico del romanzo. Questo personaggio rappresenta la connessione tra il mondo terreno e quello spirituale, un veicolo attraverso il quale Eva può trasmettere le sue storie-belòrie, che si mescolano tra mito e realtà. Le storie che racconta non sono solo narrazioni di un passato remoto, ma diventano strumenti di resistenza e di empowerment per le donne del villaggio. La capacità di raccontare diventa così un atto di resistenza contro l'oblio e la repressione.
Pariani affronta anche temi attuali come la valorizzazione della cultura femminile e la questione del patriarcato, che continua a influenzare le dinamiche sociali contemporanee. La scrittrice invita i lettori a riflettere su quanto sia importante per le donne reclamare il proprio spazio e il proprio racconto, a partire dalle storie delle loro antenate. "Primamà" è, in questo senso, un invito a rivendicare la nostra storia personale e collettiva, un atto di ribellione contro l'indifferenza e l'oblio.
Il Giornale - 28 settembre 2025
Eva, la prima donna. Anzi, la “Primamà”
di Stefania Vitulli
Una vecchia dal viso tuttorughe, i cui occhi sembrano assorbire il crepuscolo: è Primamà, la prima donna, Eva, rimasta sola dopo la morte di Adàm. Sola a curare. Sola a raccontare. Sola a preservare quel dialogo con i Morti, gli antenati dai quali non si può prescindere. A volte per mangiarne la carne: se altro non c’è, essi offrono i corpi che hanno lasciato qui. Ma più spesso perché sono loro a cercarci: si stufano a stare nel Mondo di sotto, arrivano, ti passano sopra mentre dormi, più pesanti di un ratto, e ti mettono addosso uno “stremìzio” che ti fa dubitare di te stesso. L’arcaico e il mistero, grandi cose, il raschiare delle dita sulla terra nuda o il rumore di un ciocco di legno che cade, piccole cose: in Primamà (La Nave di Teseo, pagg.224) il nuovo romanzo di Laura Pariani, i mondi sono ancora uno, di miracolosa integrità, e gli umani si muovono cauti, impastati di rispetto, brutalità e tenerezza, già adulti nell’infanzia, eppure dominati da un pensiero magico, che covano orgogliosamente, a protezione, a rivelazione.
Appena celebrata con un prestigioso Premio Campiello alla Carriera dalla Confederazione veneta di Confindustria, la Pariani, arrivata a quasi 40 titoli al suo attivo, prosegue un cammino letterario resistente, soprattutto dal punto di vista della ricerca etica e linguistica. In Primamà la rivendicazione è forte: alla rilettura della Genesi corrisponde, per l’autrice, la scoperta che di Eva sappiamo poco o nulla. Un serpente, una cacciata, 140 figli. Ma quella madre merita una storia che si occupi di lei, che la mostri come una Madre possibile. Nel villaggio gli uomini credono in un dio, l’”Onnipòssio-di-lassù”, che va onorato con sacrifici umani, sacrifici per i quali muoiono bambini, oltre che prede. Le donne si affidano invece alla Mamagrànda del consolamento, le portano statuine, piangono i propri disastri al suo cospetto finché esauriscono la voce. Ma solo Eva sa che alla Mamagrànda piacciono le storie, solo Eva può raccoglierle e difenderle e solo il potere di quelle storie può aiutarla a comprendere la morte come necessità per una rinascita.
Sebbene fortemente catartico – poiché benedetto dalla scelta di immergere la narrazione in un bagno di filastrocche, visioni oniriche, registri idiolettici ibridi e viscerali lombardismi – il romanzo della Pariani si muove nel territorio della formazione inversa: Eva ha tutto da ricordarci e va prima di tutto ascoltata con il cuore. Le sue domande saranno per sempre le nostre domande di di donna e dovrebbero diventare le nostre domande – e le nostre maledizioni- di umani, ogni giorno. “Perché il tempo matura alcune fiòle e ne avvizzisce altre? Perché si nasce se si deve poi morire? Perché il Tristo Trappoliere non aspetta che diventiamo vecchi per tenderci il laccio fatale e portarci via?”. Le eredi di Eva, depositarie del potere della parola, si risveglino, dunque, per ascoltare il messaggio che passa da nonne millenarie a nipoti di mille generazioni: è la tradizione a sfidare lo squilibrio, la narrazione a condurci sulla soglia della spiritualità.
Altro che costola. "Primamà di Laura Pariani: la parola di Eva.
di Michela Fregona
Quello che sappiamo: la costola, la mela, la cacciata, la morte di lui a 930 anni o giù di lì, circondato dai figli e dai figli dei figli.
E di lei, invece, cosa sappiamo, a parte “Partorirai con dolore”? Non muore, Eva? Cosa pensa di tutta quella sua vita?
Laura Pariani si investe dell’impresa audace di restituire alla Primamà una voce per dirsi: ne esce un romanzo ancestrale, disobbediente, che parla alla nostra contemporaneità delle origini della bellezza e della violenza, della resistenza e della tenerezza.
Tenetelo d’occhio, e – in fiducia – fatevi tentare: non se ne esce uguali.
di Michela Fregona
Potrebbe sentirsi vinta. Potrebbe cedere alla stanchezza del tempo. Potrebbe dirsi fuori del consesso umano che, dimentico di discendere da lei, ha deciso di deviare dalla comunanza a favore della (maschile, e prepotente) Ragunanza, l’assemblea degli uomini.
Invece.
Invece Primamà è, come tanti personaggi a cui Laura Pariani ha dato vita in questi anni, una ribelle, una resistente, una non-conforme.
E, dunque: mille anni dopo, Adamo muore. E Eva prende parola: risale dalla fatica di una cancellazione calcificata nei secoli, riscrive il non detto, mostra le reticenze e le abnormità di un racconto che, da sempre, parla al potere degli uomini del potere degli uomini, per continuare a perpetrarlo: sempre maschile e perennemente giovane (anche, e soprattutto, quando non lo è più), privo di dubbi e terrorizzato dalla cessione di privilegi che sente connaturati a sé e legittimi, fondato su un linguaggio che determina modi di vivere, maniere di pensare, di dividere, di ridimensionare, di dominare.
Il tempo di Primamà è una sorta di Medioevo Preistorico, Neolitico, ma quello di cui racconta siamo noi, oggi: la società che abbiamo costruito, le storture che abbiamo sotto il naso, il vocabolario dominante che ha dimenticato tutt’altro lessico – compassione, accoglienza, libertà, clemenza, dignità, tenerezza, pazienza, amore, immaginazione: dove sono finite tutte queste parole?
Eva se lo chiede (Quand’è che è cominciato tutto questo?) e testimonia, con il suo corpo e con la sua tenace memoria, come ognuno di questi termini sia sprofondato in una brutale, progressiva soppressione non per caso, ma per volontà:
“Poche cose al mondo hanno tanta potenza quanto la parola”
Ecco dunque perché questo nuovo romanzo di Laura Pariani (il trentottesimo della sua ricchissima produzione), pubblicato da La Nave di Teseo, è un testo che, nel panorama della letteratura contemporanea, non solo italiana, ha una singolare capacità di colpire: perché si rivolge agli strati più profondi del nostro stare nella vita. Non è soltanto un libro di insubordinazione, di coraggio, di ri-scrittura della geografia della sacralità: è un libro che costringe a guardarci nella prospettiva del possibile, dell’ulteriore, dell’altro.
Se ciò che rende umano l’uomo è la sua capacità di raccontare, è anche vero che è da ciò che conserva come memoria, da quello che sceglie di tramandare, dalle parole che diventano le pagine agite del suo vocabolario che si fonda il suo mondo. Ma, appunto, come scrive Romain Gary, “Se il Cristianesimo non fosse caduto nella mani degli uomini, ma in quelle delle donne, oggi avremmo avuto una vita, una società, una civiltà completamente diverse”.
Laura Pariani, in questo romanzo, non solo lo ricorda: traccia proprio un perimetro di piccole torri di avvistamento sulle quali, da lettori e da lettrici, arrampicarsi per rileggere il nostro tempo in modo umanamente militante:
“Scrivere è inventare, ma sempre si attinge a ciò che conosciamo. Io scrivo di chi lotta, perché nella mia vita non c’è mai stato un attimo di tregua e quindi lottare è diventato il mio modo di essere. I miei personaggi spesso non vincono, ma penso che, se si riesce a traversare le esperienze della vita con il cuore e la mente intatti, in tale sopravvivenza c’è qualcosa di veramente eroico che va celebrato”, afferma l’autrice nel testo scritto per il conferimento del Premio Campiello alla carriera, che le è stato riconosciuto in settembre.
Minorità non significa arrendevolezza, e tantomeno resa.
Questo è il messaggio che emerge da ogni storia che Primamà racconta laggiù, in quell’epoca di cabane assediate dal freddo inverno, nelle notti in cui le donne si raccolgono intorno a lei per chiederle ancora di fermare il tempo: perché lei, Eva, è dotata della capacità di raccontare, e dunque di far immaginare, e (quindi) di tener testa al presente senza rassegnarglisi – per andare oltre.
Sei sono le cose che Primamà sa fare, che sono facoltà potenti e misteriose: tessere storie nuove e antiche, dare consolazione a prescindere, far ridere (grandi e bambini), creare figure dall’argilla, dialogare con la natura madre di tutto (la Mamagrànda che regna nell’oscurità della terra), non aver paura del Tristo Trappoliere (che indisturbato si infiltra nelle vite del villaggio insieme alla sua corte di spiriti umbràli). Sono, queste, le coordinate del suo modo di stare al mondo. E, per raccontarlo, Laura Pariani ha convocato nella sua scrittura tutte le forme delle narrazioni più antiche e sovrascritte del nostro patrimonio: miti, proverbi, formule rituali, epos, filastrocche, fiabe.
Il risultato è una lingua che risuona in testa con una voce vivida, sempre somigliante, e conosciuta – facile come lo sono le storie dell’infanzia, benché (proprio come quelle) frutto di una sapienza tramandata, che sa essere aspra e calda insieme.
Diviso in cinque parti (vento, gelo, nebbia, neve, disgelo) segnate, non a caso, dalle fasi lunari, Primamà racconta la storia della piccola comunità del Villaggio Senza Nome, nata da una perdita (l’Eden, i giorni immaginifici sulle rive di un lago), e in procinto di un nuovo cambiamento (la partenza per il Grande Fuori, alla ricerca di un altrove che si favoleggia migliore).
Su Adàm, il Primopà, Eva rivela il proprio sguardo: dal momento in cui un chilosà si è incuneato nel loro convivere, stendendo un’ombra destinata a prendere le forme della violenza primigenia (su tutto, il momento in cui lui vieta a Eva di esprimersi nella libertà amorevole, producendo in arte il proprio mondo creativo), fino alla sua morte di vecchio patriarca che ha dettato le formule della fondazione del potere (colpa vuole punizione: e chi incolpare, naturalmente, sono le detentrici dell’irriducibilità, e del mistero, sentito sempre come possibile antagonista).
Non soccombere all’ingiustizia degli uomini, e trovare modi per resistere è un tema di molti romanzi di Laura Pariani (dallo splendido La valle delle donne lupo, fino ai recenti Apriti, mare! e Selvaggia e aspra e forte). Primamà è la disobbediente primigenia proprio perché si rifiuta di ragionare in termini di rabbia, di colpa, di dominio, di cieco sacrificio, di punizione. E in questo sfida il maschile anche sul piano della religiosità: come può, quel Dio che sta nei cieli (guarda caso pregato al maschile), accettare il male? ammettere la morte dei bambini? chiudere gli occhi sulla violenza? acconsentire alle dissimmetrie, agli stupri, alle crudeltà, ai femminicidi?
Archetipo contemporaneo, questa Eva di Laura Pariani è tenacemente libera dalla maledizione dell’obbedienza: paga tutto, in prima persona. Ma insegna che la perdita di un giorno non è il destino di sempre, e che le storie (la letteratura, l’immaginazione) sono il bene che permette di disegnare per il mondo un’idea di futuro, a patto che la mente si mantenga libera e disposta a ricordare:
“Primamà, kos’è una memoria?” spesso ti hanno chiesto le mezzedónn la sera quando ti sedevi a narrare davanti al larìn, “Memoria vuol dire imparare oggi e domani da ieri”, eri solita rispondere.
Il Sole 24 Ore - 18 gennaio 2026
La vera storia di Eva, la prima madre
In «Primamà» l'autrice (già nostra prestigiosa collaboratrice) dà voce alla donna primigenia che tiene in vita sé stessa e gli altri raccontando storie. Per farlo s'inventa una lingua da origine del mondo, fatta di suoni-senso
di Lara Ricci
Mille anni sono passati. Àdam è morto ormai e Primamà, la prima madre, è vecchissima. Circondata dai bambini ammucchiati ad ascoltare, dalle ragazze e dalle donne che mentre ascoltano non smettono di tessere, cucinare, pulire, continua a raccontare le sue «storie-belórie». Iniziano tutte con «c’era-una-volta e una-volta-non-c’era» e non sono, e non sono mai state, quelle che raccontava Àdam.
Lui, che guardava il cielo come volesse afferrarlo e diceva, sicuro, che tutto era deciso dall’«Onnipòssiodi-lassù», colui che, obiettava Primamà – assai dubbiosa sulla sua esistenza – «se ne sta cunt ’l sò musôn a guardarci sopra il lattemiele delle nuvole fioccute». Lei, che lavorava i succhi della terra e si sentiva vicina alle profondità del mondo-di-sotto: tane, radici, sorgenti.
Vivevano prima, solo loro due, nella terra Senzapaura: «Kom’era? Tiepida e fiorita. L’erba ci arrivava alle spalle, di un verde tenero ke skolorava in argento quando il vento ci passava frusciando…». Fino a quando Àdam, che non spiegava mai nulla di quel che faceva, si arrabbiò per uno scherzo e per la prima volta la picchiò. La picchiò terribilmente e poi la stuprò e presto il cielo si oscurò e si ruppe e non smetteva di piovere, e loro scapparono finché non arrivarono nel paese Senzanome, una terra di brughiere e nebbioline e luce fredda d’inverno che pare l’umida campagna lombarda («Sono i dì della merla. Raso terra strisce di nebbia ovattano tutto il prà rondo. I cespugli di sambùgh coperti da galaverna spuntano in questa grigia fittezza come bianchi pennacchi di fumo. Anche i tetti sluccicano lustrati dal ghiaccio. Per tutta la corta giornata un solicello senza raggi ha percorso il cielo come un gomitolo di lana rossigna. Adesso annotta»).
Ecco la rottura dell’equilibrio originario, ecco il peccato, altro che la storia della mela! È Eva che parla, finalmente, in Primamà, forse il più strano dei libri di Laura Pariani. Racconta ciò che mai è stato raccontato: la versione di lei, quello che pensava, cosa ha provato quando uno dei suoi figli ha ucciso l’altro, e come è sopravvissuta, raccontando storie che tenevano in vita lei e gli altri, facendosi narrazione.
Per dare voce alla donna primigenia serviva una lingua scavata nel midollo del tempo e così Pariani se ne è inventata una: cantilenante, fatta di suoni-senso che riportano subito a un’atmosfera pascoliana, a quel «campo mezzo grigio e mezzo nero» dove l’aratro senza buoi, «pare dimenticato, tra il vapor leggero». Parole onomatopeiche mischiate a parole latineggianti, dialettali o che paiono tali, gorgoglii di neonati, ninnenanne, mormorii di vecchi, borbottii di fiumi, gridi stridenti di animali.
Con una capacità sorprendente di risvegliare la lingua udita nell’infanzia, quella delle nonne, delle bisnonne, delle vecchie zie, e con essa le memorie e le sensazioni più remote, Pariani descrive un mondo immobile, sempre uguale a sé stesso, dove «si va da un dì all’altro con le spalle doloranti, senza aspettarsi altra novità che una bestia malàda o un anziano incapace di alzarsi dal sò giaciglio». Un mondo senza tempo, come senza tempo sono i ricordi d’infanzia. Qui, in un villaggio, anch’esso pascoliano, di gelidi tuguri, di antri scuri e saturi di odori acri, attorniata dai pronipoti e dalle pronipoti dei suoi centoquaranta figlie e figli, vive Eva. «Alle spalle ha una vita bislònga di millànta inverni, in cui si è conquistata le parole per dire ciò che prova». Mentre «all’epoca della terra Senzapaura non si rendeva conto di ciò che stava vivendo». Certo, non era proprio parlare come adesso, all’inizio. No. «Ma tirar fuori suoni forti o deboli quasi senza muovere la bocca, cercando una sorta di musica di gola». Eva, la madre di tutte le madri, vive godendo della bella «allegria dei bambini, ancora non sanno che la vita può fare tanto male», custodendo la consapevolezza e la memoria del mondo («memoria vuol dire imparare oggi e domani da ieri») e il dolore per la morte di tutti i suoi figli e di quasi tutta la sua progenie.
Un’esistenza sotto «quel fosco potere al quale si danno tanti nomi e che è semplicemente la legge per cui la ruota della vita sempre si spezza nel suo punto più debole, a soffrire maggiormente sono comunque i mignonetti: carne che cresce non può star ferma neh, eccosì, costretti in spazi angusti, sbadigliano, ingarbugliano sillabe salivose, si grattano nella patòja piagnucolando col pollice in bocca e, se li si redarguisce, caragnano più forte. Poveri pisciaddòss che scontano la pena di esser nati».
«È la vita, e chi ha paura di pungersi non raccolga il fior del biancospino» dice Primamà. È la vita che porta via i bambini con le placche grigie nella gola, che li ingarbuglia nel lago, che li fa trovare stecchiti in un gelido mattino. Ma sono gli uomini a stuprare le bambine, e poi a imporre loro di cospargersi il capo di cenere, augurandosi la loro morte. La madre di tutte le figlie si ribella, e con lei le altre. Non aspettatevi un lieto fine.