il nuovo romanzo:
La valle delle donne lupo

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La valle delle donne lupo

 

 

Come riassumere meglio quello che nei mondi chiusi ci si aspetta da una donna? «Vivere da morta. Patire da muta. Obbedire da cieca. Amare da vergine».
E che farne allora di quelle diverse che allignano nel paese come erbe cattive: mancine, strabiche, albine, o troppo fantasiose, o semplicemente «affette dal morbo della malinconia»?
Tra le storie sepolte nell’oblio, in una valle dell’Alto Piemonte, c’è quella del «prato delle Balenghe».
A raccontarla è rimasta solo Fenísia C, «la stría, la pelamorti, la Lupa», vecchia di tanti inverni, che guarda il cimitero fuori dalla finestra e parla di donne e di streghe, di ribellioni e condanne, con la certezza «di essere transitata in questa lagrimarumvalle per provare che è sempre possibile andare controcorrente».

 

la bandella

«La montagna, più che un luogo geografico, è un’esperienza: quella di un mondo potente nella sua resistenza a certe pazze vertigini della modernità, ma assolutamente marginale». E proprio come la montagna sono marginali e potenti le figure che l’hanno abitata, e che abitano questo libro. Sono le donne lupo, capaci di «affrontare a viso aperto il grave del mondo». Sono balenghe, diverse, eccentriche, «tutte falciate dalla stessa sentenza di emarginazione, servite alla comunità per mettere in scena sempre lo stesso canovaccio». Eppure, forse proprio per questo, cariche di un’oscura forza leggendaria.

Una ricercatrice s’inoltra per le valli piemontesi facendo interviste con il suo registratore. Le hanno parlato di una donna, la Fenìsia, che vive isolata nel Paese
Piccolo, vicino al vecchio cimitero: è lei la memoria di quei posti.

È nata nel novembre del 1928, non ha mai vissuto altrove e «il lavoro della sua famiglia è sempre stato quello del sotterramorti ». Comincia così il rapporto tra la
scrittrice e l’anziana donna e, scabro e incalzante, si dipana il racconto di una vita
da cui emergono figure femminili impossibili da dimenticare, la madre Ghitin, la
nonna Malvina, la bionda cugina Ghisa, «un bisquí di settebellezze», rinchiusa in
manicomio dal padre.

«Agli uomini il sudore e alle donne il dolore», la vita in valle è sempre stata durissima, specie per chi ha la sfortuna di nascere femmina.

Via via il ricordo produce un vortice di storie e un crudo sentimento di rabbia; vicende atroci vissute da ragazze e donne di ogni età, come quelle delle «Balenghe », sotterrate nel prato che Fenisia vede dalla sua cucina... una folla di fantasmi di cui può immaginare perfino l’aspetto, e a cui sente di appartenere.

Perché anche lei custodisce un segreto, e ha una convinzione: esiste «un puntino che è il posto della più grande lucidità e della più grande intimità con sé: lì dentro, ciascuno sa per scienza infusa, nella lingua dei segreti e dei sussurri, che la vendetta è la cosa più saggia».


la prima pagina

Uno
1928-30


È una vita da poveri sculati per la famiglia di un becchino in un paesino di montagna. Nella valle di ***, infatti, si muore o da piccolini o da vecchioni. E il morire della gente dipende dalle annate. Se il raccolto di patate è cattivo, i casi possono anche essere molti. Se invece è buono, non crepa nessuno. Nessuno è cosí scemo da morire proprio nell’epoca di un buon raccolto. Certo, qualcuno ogni tanto finisce schiacciato da un tronco durante il taglio del bosco o precipita col carro in un fosso; oppure qualcun altro viene mandato all’altro mondo dal calcio di un mulo. C’è anche chi annega nel torrente: la mattina la riàle ha un’acqua cosí scarsa che una capra la berrebbe in un sorso, ma a mezzogiorno è capace di diventare schiumosa e furibonda; per cui capita sempre qualche imprudente che ci finisce travolto... Negli anni che il Marziano definisce «migliori», si arriva perfino a otto nove casi di morte. Che però mica tutti vanno a vantaggio del becchino, purtroppo. Se un pastore, presèmpio, finisce in uno degli orridi dalle parti della cascata, chi lo trova piú? Non ne resta da seppellire neanche un ossicino. Senza contare che c’è anche chi emigra, magari in Germania o addirittura in Mérica, e a quel punto chi s’è visto s’è visto; al massimo di lui ritorna al paese il lusso di un telegramma su una carta rigida che non serve neanche nel ritré. Comunque pochi sono quelli che i becchini chiamano «morti grassi», su cui cresce l’erba baiocchèlla... Certo il Falciatore bussa anche alla porta dei ricconi quando l’è ora: nel qual caso si fa un funerale in pompa, con suono di campane, lettere dorate sulla bara e una mancia speciale per il becchino. Ma è rarità. Di regola si tratta di cerimonie da due soldi. Ché in questa valle di fame baiòsa la vita è sempre stata grama: sette cacciatori, sette pastori e sette boscaioli fanno ventun poverettini a culinfuori. Cosí nella famiglia di un sotterramorti c’è poco da sfogliare verze.

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