il nuovo romanzo:
Di ferro e d'acciaio

in libreria dal 15 febbraio 2018

Questo viaggio chiamavamo amore

 

 


“ diceva che per vivere non basta essere vivi. Che vivere è qualcosa che si impara”.

 

 

Come tutte le parole importanti, la Passione non ha un unico significato: indica l’amore estremo e l’estrema sofferenza, lasciandoci il sospetto che l’uno si rispecchi sempre nell’altra, in un equilibrio chiamato compassione.
Alessandro Zaccuri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

RISVOLTO DI COPERTINA

 

L’operatrice H478 ha l’incarico di sorvegliare il soggetto-23.017, una donna vestita di nero che si aggira per la Città in cerca del figlio, scomparso in circostanze a lei ignote. L’operatrice sa che il ragazzo è in carcere per attività sovversive, e segue su un monitor questa madre incredula aggirarsi instancabile nonostante divieti, barriere e continui dinieghi. Piano piano, la forza di quell’amore materno smuove qualcosa nell’animo dell’operatrice, così come le parole del ragazzo hanno scosso l’animo indifferente di altre donne, che in coro
raccontano questa storia ambientata in un tempo simile a un passato prossimo venturo, dove i nomi sono stati eliminati e le parole chirurgicamente rimosse per
cancellare memoria, speranza e passione.

 

CroceVia è una serie di libri attorno al senso e al significato di alcune parole
fondamentali nella storia e nella cultura italiana. Sono parole antiche, che usiamo tutti i giorni, e che cerchiamo di addomesticare disabitandole di una parte del loro significato, che continua riverberare come un’eco sommessa.
A Laura Pariani abbiamo affidato la parola Passione.

 

 

LA PRIMA PAGINA

 

L’ORTO
Il silenzio ha il colore grigio della cenere mista a sabbia che il vento trascina in mulinelli. Da un’altezza di cinquanta metri il nano-drone di sorveglianza inquadra una donna vestita interamente di nero. Per il linguaggio che usano gli addetti ai rilevamenti, si tratta del soggetto-23.017. La si vede intenta a traversare l’incolto cautamente, come sui carboni ardenti. Nei dintorni nessun altro essere vivente, neppure uno di quei cagnacci randagi che sono soliti scorrazzare dove imputridiscono i rifiuti.

Abbassandosi ancora di più, il nano-drone riesce a rilevare il gesto stanco con cui la donna in nero tira su la mascherina igienica per ripararsi il viso dalle raffiche di polvere.

Ancora la Montagnetta!? È la terza volta nel giro dell’ultima settimana. Con uno sfrizzo di esasperazio­ne l’operatrice h478 alza gli occhi al soffitto. Sbuffa mentre torna a guardare il monitor su cui l’incolto denominato “pratone” – sterpaglie, cumuli di lattine vuote, brandelli di sacchetti di plastica, detriti dell’edilizia – appare come un quadro astratto. Uguale a tanti altri posti di confine tra l’Interzona e la Città. Né più miserabile né più fantasmale.


 

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