il nuovo romanzo:
Apriti, mare!

in libreria dal 18 febbraio 2021
La nave di Teseo

Apriti, mare!

 

 


Il Sicutèrat emetteva una melodia che produceva batticuore: un’espressione – “mammamia” – ripetuta più volte, capace di riassumere tutti i sogni possibili e l’idea stessa di sogno, vale a dire quello che il mondo aveva perduto dopo l’Incidente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

RISVOLTO DI COPERTINA

 

 In un medioevo prossimo-venturo, solo i minori di quindici anni sono sopravvissuti alla devastazione di una guerra, chiamata comunemente “Incidente”. Azzerate tutte le forme di tecnologia, scienza, cultura, e soprattutto labilissima la memoria del mondo-di-prima, bambini e adolescenti crescono, diventano adulti, cominciano a invecchiare, fondano piccole comunità. Quelle più stabili danno vita a colonie di piantatori, altri preferiscono riunirsi in tribù ambulanti di raccoglitori che vivono “mungendo” le rovine. Lo sguardo incantato dei bambini, capaci di affrontare con spirito avventuroso perfino le catastrofi, incontra quello degli adulti, che conoscono la strada del narrare, l’arte della memoria e dell’immaginazione.
    Ma nella lentissima ricostruzione rinascono anche violenza e superstizioni, e a farne le spese sono le nuove generazioni di ragazze e bambine. Quarant’anni dopo l’incidente, un gruppo di bambine, che la gente chiama “lo Sciame”, abbandona le superstizioni e le violenze della sua comunità per raggiungere la terra-senza-paura che sta al di là del mare.

 
    Un irresistibile romanzo picaresco che unisce la tradizione delle fiabe popolari a una grande avventura in un mondo tornato ai bambini, dove solo un gruppo di ragazze ribelli ha ancora il coraggio di sognare.

 

 

LA PRIMA PAGINA

 

1. Sciarabàn
Anno 86 dopo l’Incidente

 

Abitavamo in alcuni ruderi – avanzi dei seculòrum – che Padron Dòi-d’agòst chiamava “bunker”: un insieme di costruzioni sbilenche, lunghi camminamenti coperti, locali angusti che prendevano luce da finestrelle alte e strette. La costruzione più larga, la Gran Bicòca, serviva da locale di assemblea e in particolari occasioni da tempio. Oltre lo spiazzo di cemento e asfalto semidisgregato sorgeva il magazzino per il raccolto di girasoli, mais e segale. Tutto qui.
    Eravamo quieti, con certi agi di cui nella pianura circostante poche altre colonie di piantatori disponevano; per non parlare delle tribù ambulanti dei raccoglitori. In ogni caso non ci insuperbivamo: vivevamo con discrezione per evitare di incorrere nella folgore-tempestàte di Nossignòr.
    Anche noi bambine lavoravamo la terra intorno ai bunker, tra l’odore pesante di sterco rinsecchito della concimaia e i vapori dolciastri che esalavano dalla fossa dove marciva la canapa. Il cimitero stava a una certa distanza dalla colonia, ma in certi giorni di calura ci piombava addosso anche la spuzza di quelli che, a noi uniti da imperseguibili legami ancestrali, attendevano laggiù la tromba della resurrezione; e ci tostava i vestiti rendendoci il respiro di pietra.
    La fortuna di Colonia Treanime derivava dalla icinanza della Trista, una vecchia cava di sassibambini sul cui fondo stagnava un’acqua nera che utilizzavamo per irrigare i coltivi nei momenti di maggior seccòre. La Trista forniva anche erbe acquatiche per variare a volte il sapore della zuppa serale, e perfino di tanto in tanto qualche spinarello. Di questa pesca però si occupava soltanto la vecchia Pip.


Apriti, mare!, La nave di Teseo, Oceani 122, febbraio 2021

 

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